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Le possibilità di Cuba nel confronto con gli Stati Uniti Una profonda analisi geopolitica su uno dei temi più stimolanti di oggi: le reali possibilità di Cuba di fronte alla minaccia della superpotenza statunitense. Il giornalista Breno Altman intervista Joana Salém, storica ed economista, riferimento negli studi latinoamericani, analizzando le armi della resistenza culturale, la forza della diplomazia cubana, gli impatti dell'embargo economico e le lacune geopolitiche che riconfigurano questo scontro storico. Abbiamo cercato di andare oltre le narrazioni convenzionali per capire come l'isola caraibica continui a scrivere la sua storia con sovranità, anche in mezzo alle forti pressioni unilaterali degli Stati Uniti. Una conversazione imperdibile per chi vuole capire le dinamiche di potere nel continente e il futuro della sinistra latinoamericana. Breno Altman - Cuba sta attraversando uno dei momenti più critici della sua storia recente. L'intensificarsi del blocco imposto dagli Stati Uniti non solo aggrava la carenza di combustibili, cibo e beni di base, ma inaugura una nuova fase di pressione strategica volta al crollo delle fondamenta economiche e sociali dell'isola e inoltre preparando una sorta di operazione militare. Con l'interdizione dell'importazione di petrolio venezuelano da parte di Washington, Cuba affronta la sfida di reinventare la sua sopravvivenza. Per analizzare questo quadro complesso, le sue radici storiche e le sue possibili conseguenze, converseremo con la storica Joana Salém. Grazie mille, Joana, per aver accettato il nostro invito. La prima domanda che volevo farti: qual è lo scopo dell'attuale radicalizzazione del blocco di Cuba da parte degli Stati Uniti? Quello di rovesciare il regime, per usare il linguaggio della Casa Bianca? Joana Salém - Sì, l'obiettivo del blocco è sempre stato quello di rovesciare il regime. Tuttavia il regime è sempre stato molto più resistente di quanto gli Stati Uniti avessero previsto. In effetti forse questa parola “regime” non è appropriata, in quanto è una parola ampiamente usata in modo peggiorativo, come sinonimo di dittature nel linguaggio dell'imperialismo. Di fatto l'obiettivo degli Stati Uniti con il blocco fin dall'inizio, dal 1960, era quello di rovesciare il governo rivoluzionario cubano. E questo blocco ha attraversato diverse fasi storiche. Finché c'era l'Unione Sovietica, si prefigurava un consistente scenario di alleanze internazionali che Cuba poteva schierare e paesi industrializzati del blocco socialista con cui Cuba si relazionava. Con il crollo dell'Unione Sovietica, si è verificato un primo forte inasprimento del blocco negli anni '90, che si è concretizzato sia con le misure del governo statunitense che da parte del settore privato degli Stati Uniti, che inizia a compiere una serie di azioni terroristiche contro l'isola, molto ben documentate nel famoso libro di Fernando Morais [scrittore brasiliano che ha visitato Cuba fin dal 1976. NdT], “Gli ultimi soldati della Guerra Fredda”, che racconta la storia dell'Operazione Vespa. In quel periodo, le organizzazioni terroristiche di cubano-americani come "Hermanos Al Rescate" e altre formazioni criminali, sono formate da proprietari o eredi di proprietari cubani di estrema destra che hanno perso i loro beni durante la rivoluzione, vivono a Miami e hanno un profondo risentimento familiare. Questi gruppi attaccarono molto Cuba negli anni '90. Nello stesso tempo, due leggi fondamentali furono approvate dall'amministrazione “democratica” di Bill Clinton: la legge Torricelli nel 1992 e la legge Helms-Burton nel 1996. Entrambe con l'obiettivo di intensificare, internazionalizzare e generalizzare il blocco. Eppure la società cubana ha continuato a scegliere la via del socialismo con le sue difficoltà, con le sue contraddizioni, con le sue crisi. Di quel periodo ricordiamo l'evento del 1994, chiamato "maleconazo" [dal "malecon", il nome della riviera della città dell'Avana. NdT], che è stata una grande protesta popolare critica della situazione economica cubana a causa del periodo speciale. Manifestazione in cui lo stesso Fidel Castro fu presente di persona per mitigare la crisi. E poi, in questo secolo XXI, nel periodo dal 2014 al 2017 che corrisponde alla seconda amministrazione Obama, c'è stato un cambiamento nella politica degli Stati Uniti nei confronti di Cuba al fine di allentare alcune delle misure del blocco e riavvicinarsi a Cuba. Beninteso, questa non era una strategia per smettere di cercare di rovesciare il governo cubano, ma solo un cambiamento di misure con lo stesso obiettivo. Questa politica è durata pochissimo, ha avuto un effetto di leggero miglioramento sulla società cubana, ma non ha avuto seguito. La prima elezione di Trump ha immediatamente invertito questo processo. Trump, subito dopo essere stato eletto, recupera e intensifica il blocco, fin dal 2018. Poi Joe Biden conferma la stessa politica di Trump. La differenza oggi è la questione energetica. Penso che questo sia il differenziale principale di questo momento: questo esplicito blocco del passaggio del petrolio venezuelano e messicano a Cuba, che gli Stati Uniti stanno portando avanti e che di fatto impedisce l'importazione di petrolio nell'isola, perché Messico e Venezuela sono i principali esportatori di petrolio a Cuba. Insieme corrispondono a circa il 70% - 75% di tutto il petrolio che Cuba importa. D’altro canto, in questa settimana abbiamo registrato la nave russa che è arrivata sull’isola con un'importante fornitura di 750.000 barili di petrolio, ma che è ancora molto insufficiente per garantire il fabbisogno giornaliero. L'importanza dell'arrivo di questo petrolio è che è stato dimostrato che è possibile rompere questo blocco. Questo ha un'importanza geopolitica politica fondamentale per il momento. Breno Altman - Pensi che il momento attuale a Cuba sia peggiore del cosiddetto periodo speciale negli anni '90, quando ebbe termine l'Unione Sovietica e prima dell'inizio del governo di Hugo Chávez in Venezuela? Joana Salém - Penso che forse non sia proprio peggio, ma equivalente. Anche la situazione energetica degli anni '90 è stata molto grave. Sono stati sperimentati processi di blackout molto intensi negli anni '90 e ci furono gravi problemi nei trasporti. I trasporti pubblici sono collassati in quegli anni '90. I cubani usavano le biciclette cinesi per spostarsi avanti e indietro. La popolazione ha persino perso peso a causa di ciò. La crisi degli anni '90 è stata molto grave. Avevano anche casi di un tipo di cecità temporanea che fu in seguito reversibile chiamata neuropatia ottica, che ha a che fare con la mancanza di alcune proteine nel corpo, dovute alla difficoltà nell'importare cibo e produrre cibo a causa della mancanza di carburante e di fertilizzanti. Quindi, penso che anche allora si verificò qualcosa di grave come quello che stiamo vedendo accadere oggi. Non so se sta succedendo esattamente ciò che si verificò allora. Stiamo ricevendo notizie molto preoccupanti rispetto alla situazione dei macchinari ospedalieri, di terapie intensive che smettono di funzionare, delle notizie sulle terapie intensive neonatali senza energia, di persone che muoiono per mancanza di energia. Che in realtà tutto questo è un assassinio generalizzato dell'imperialismo statunitense contro il popolo cubano. Questo non appare esplicitamente nella stampa cubana, ma risulta dalla stampa americana. Non abbiamo modo di verificare esattamente qual è il grado, qual è la dimensione di questa situazione degli ospedali. Ma in ogni caso, penso che nonostante la gravità della situazione, il popolo cubano abbia una capacità critica di leggere il problema. Ed è molto evidente che il responsabile di questa situazione non è il governo cubano, è il governo USA. Quindi questa lettura è molto evidente per i cubani e penso che generi un certo orgoglio nazionale e una capacità di resistenza alimentata dal patriottismo rivoluzionario che hanno mostrato fin dall'inizio. Proteste Breno Altman - Fin dall'inizio del blocco, gli Stati Uniti hanno progettato questa strategia del blocco come un modo per aumentare le proteste contro la rivoluzione. Era una logica esplicita, che puntava a generare scarsità. La scarsità genera insoddisfazione, l'insoddisfazione genera protesta, la protesta rovescia il governo. Come spiegare che sia negli anni '90 che ora ci siano così poche proteste contro il governo quando in altri paesi del mondo situazioni molto più semplici di solito generano mobilitazioni gigantesche? La spiegazione che ne dà la stampa USA e occidentale è la repressione. Pensi che questa giustificazione si applichi a Cuba? Joana Salém - Non credo che la repressione sia la spiegazione principale, perché a Cuba si è verificato un fenomeno molto particolare: l'opposizione al processo rivoluzionario è andata in esilio. Si è trattato di esilio autoimposto. Ho realizzato studi approfonditi sugli anni '60 e sono venute fuori notizie di proprietari terrieri, ad esempio, cubani, che sono stati espropriati dalla riforma agraria, che sono andati a Miami e lì pensavano che sarebbe stata una cosa rapida, una questione di pochi mesi, che presto il potere sarebbe stato ristabilito e il processo di espropriazione della riforma agraria sarebbe stato invertito. Quindi, c'è un'élite cubana che ha screditato la capacità della forza popolare della rivoluzione fin dall'inizio e questo ha generato l'estraniazione dell'opposizione politica a Cuba. C'è una popolazione cubana consistente di migliaia di persone organizzate che si trovano al di fuori del paese. Questo è un primo elemento: l’opposizione contro il governo cubano vive fondamentalmente fuori Cuba. Il secondo elemento è che, di fatto, il benessere sociale materiale generato dal socialismo era reale. Inoltre, la popolazione cubana era convinta che, nonostante gli alti e bassi, quel governo, quella politica e quella strategia adempissero alla loro parola in relazione ad alcuni elementi fondamentali della vita quotidiana. Ad esempio la salute, l'istruzione e la cultura. In particolare questi tre elementi, che hanno sempre funzionato nella società cubana. Negli anni '90, quando c'era la crisi, sono stati fatti alcuni sacrifici che erano necessari per ridurre le quote di alimenti disponibili nella “libreta” dell'offerta, che è l'elenco degli articoli a cui i cubani hanno libero accesso sul mercato. È importante specificare che la “libreta” è sempre stata oggetto di denuncia da parte del discorso liberale, come se rappresentasse il razionamento del cibo, ma all'inizio della rivoluzione era il meccanismo che di fatto garantiva un miglioramento della disponibilità degli alimenti necessari per il popolo. Era una base a cui tutti avevano accesso. C'è il classico esempio della carne bovina, che era prevista all'interno della lista della “libreta”, ma che in precedenza non era qualcosa a cui la popolazione in maggioranza avesse accesso. Quindi, se per i liberali la “libreta” rappresenta il razionamento, per le persone che si trovavano in una situazione di povertà ha rappresentato un miglioramento del benessere materiale. E penso che la percezione di questo miglioramento sia stata trasmessa di generazione in generazione. La situazione attuale è molto complessa, si verificano ulteriori proteste. Recentemente, si è verificata un'importante protesta nel 2021: nella mia caratterizzazione, si è trattato di un misto di finanziamento esterno, unito ad un’organicità di insoddisfazione interna. Ci sono stati alcuni movimenti che sono stati finanziati dall’esterno, alcune posizioni politiche molto legate alla logica ombelicale di Miami. C'erano molte bugie sui media, sulla radio di Miami e sui social media su ciò che stava accadendo, ma allo stesso tempo c'era un settore insoddisfatto del governo che ha persino iniziato a manifestarsi a causa dei blackout. In primo luogo a San Antonio de los Baños, dove si sono svolte le maggiori proteste nel 2021, a causa di un blackout molto prolungato. Il presidente Díaz-Canel si recò lì riproducendo un po' la proposta di Fidel di confrontarsi faccia a faccia con la popolazione. Lo stesso governo cubano in quel periodo ha riconosciuto di dover ampliare i canali di dialogo con la popolazione. Díaz-Canel, dopo il 2021, ha realizzato un giro di conversazioni con i giovani cubani. In tutto ha fatto uno sforzo per avvicinare il governo alla realtà del popolo. D’altra parte, allo stesso tempo, c'erano persone che sono state arrestate solo perché stavano protestando per strada per una situazione di file insostenibili quotidiane nei mercati, quindi per motivazioni sociali ed economiche e non ideologiche. Trovo molto difficile parlare di questo perché penso che le informazioni appaiano in modo nebuloso, ma penso sia significativo, ad esempio, ciò che ha esternato a riguardo un rappresentante come Silvio Rodriguez [musicista, compositore, poeta e cantante cubano. Esponente della musica emersa con la Rivoluzione cubana, è uno dei più importanti cantanti cubani contemporanei a livello internazionale. Considerato un poeta lucido e intelligente, capace di sintetizzare intimità e temi universali con mobilitazione e consapevolezza sociale. NdT]. Il musicista recentemente ha detto che avrebbe preso un fucile per difendere la rivoluzione e, in quell'occasione, quando si verificarono arresti dopo alcuni mesi di protesta, ha fatto un discorso in difesa dell'amnistia per alcuni prigionieri, soprattutto giovani. Quindi, penso che in parte ci sia repressione. Ma è molto brutto se da un lato ignoriamo che esiste - perché esiste - e dall'altro alimentiamo la massimizzazione di questo fenomeno, che viene stimolato fortemente dai liberali, nemici della rivoluzione cubana. Breno Altman - È la prima volta con Díaz-Canel, dalla vittoria della Rivoluzione cubana, che il paese non è guidato da un Castro, Fidel o Raúl. In effetti, la generazione storica della rivoluzione è praticamente al di fuori del governo. Questo cambio generazionale è positivo, ben accettato, vittorioso nella società cubana o anche questo è un problema? Joana Salém - Penso che la nuova dirigenza abbia un certo consenso, ma non è che venga estremamente elogiata. Díaz-Canel non è un presidente così popolare, mai come i precedenti della rivoluzione. Sia Fidel che Raúl avevano una legittimità storica che era quasi un'aura della guerriglia, un potere che veniva esercitato con la forza di chi dava la vita e la morte alla rivoluzione e che avrebbe continuato in questa stessa postura difendendo le conquiste del popolo cubano. Penso che la generazione Díaz-Canel rappresenti già una certa generazione più burocratica della rivoluzione. La nuova classe dirigente possiede molte conoscenze tecniche sulla gestione dell'economia cubana, sugli obiettivi che devono raggiungere per migliorare la situazione energetica, le strategie geopolitiche, la diplomazia, l'intelligence, ma non ha sempre la stessa aura e legittimità che aveva la generazione storica, ovviamente. E ciò che è curioso, forse me lo chiederai più avanti, non voglio anticipare la tua lista di domande, ma è che tra le opzioni, le soluzioni a questa crisi, che possono potenzialmente accadere, che circolano come possibilità sulla stampa, c'è un nome, quello del nipote di Raúl Castro, detto “Raulito” El Cangrejo, che è una persona di 41 anni che ha una certa importanza, perché fa da guardia del corpo e assistente di Raúl, suo nonno, e sarebbe molto curioso se fosse questa la via d'uscita. Un ritorno di un Castro al potere per risolvere una crisi con gli Stati Uniti. Riforme del Socialismo Breno Altman - Díaz-Canel ha ricevuto un'eredità, l'eredità del lungo periodo in cui la rivoluzione fu guidata da Fidel e Raúl. Qual è il bilancio che si può fare dei governi di Fidel e Raúl? L'eredità che Diaz-Canel ha ricevuto era un'eredità positiva o negativa? Joana Salém - L'eredità che Díaz-Canel ha ricevuto, principalmente, proveniva da un processo in corso di riforme del socialismo. Queste riforme sono state avviate da Raúl Castro nel 2007 e istituzionalizzate nel 2011, con un documento molto importante del Partito Comunista Cubano chiamato “Linee guida per una politica economica e sociale”, che erano fondamentalmente misure strategiche per espandere il settore privato sull'isola e per un nuovo rapporto con i capitali stranieri, sempre controllato dallo Stato, ma più aperto di prima. In seguito, c'è stato un allentamento interno del socialismo cubano con l'obiettivo di ridurre il ruolo dello Stato nell'economia ed i frutti di queste misure li vediamo svilupparsi oggi. In questo senso, c'è un'inflessione più visibile nel cambio di governo da Fidel a Raúl che nel cambio di governo da Raúl a Diaz-Canel. Di fatto, Díaz-Canel sta portando avanti una continuità totale della politica di Raúl Castro, che ha avviato il processo di riforma. Sebbene Fidel Castro avesse già provato ad introdurre diversi modelli di gestione economica con più o meno spazio per l'iniziativa privata, nel corso dei decenni in cui ha governato il paese, apparentemente ha offerto resistenza o comunque non era così in accordo con la più recente apertura al settore privato, ma quando ha dovuto passare il testimone, Raúl Castro ha implementato queste proposte. Oggi ci sono 1,6 milioni di cubani che lavorano nel settore privato. Si tratta di una quantità importante di lavoratori. Di questi 1,6 milioni di lavoratori, un terzo attua nelle cooperative, che è un settore molto compatibile con il socialismo. Un altro terzo lavora per conto proprio in questa categoria che i cubani hanno creato, che è il "cuentapropismo" [per conto proprio. NdT], che ha a che fare con questa idea di un singolo lavoratore che crea una microimpresa e non ha dipendenti, lavora da solo. E l'altro terzo di questi lavoratori è in MIPYME, settore che è stato legalizzato nel 2021. Sono le micro, piccole e medie imprese, che variano nell'assunzione da 1 a 100 lavoratori stipendiati. Quindi questi lavoratori possono attuare da soli nella propria microimpresa o possono anche essere dipendenti di un MIPYME. Un'azienda di medie dimensioni è quella che avrà un massimo di 100 lavoratori, che è notevole, ma è lontana dall'essere vicina a ciò che è il capitalismo, che presente conglomerati con migliaia, decine di migliaia di dipendenti. Questa è stata l'eredità, diciamo, di un processo di riforma in corso che è stato molto importante per l'economia cubana. A posteriori, dopo questi 15 anni dalla sua introduzione, penso che è possibile valutarlo con tranquillità e obiettività. È stato importante per l'economia cubana, perché nel contesto del neoliberismo, l'intensificazione dei blocchi, l'economia, le dimensioni dello Stato nell'economia cubana, hanno reso realizzabili alcune dinamiche che i piccoli e medi proprietari, i piccoli e medi imprenditori possono svolgere. E questo è stato, per un certo momento, accusato di socialismo di mercato, di capitalizzazione di Cuba. Ma allo stesso tempo è diventato molto chiaro in questi 15 anni che il governo cubano continua a gestire le catene dell'economia. I settori strategici rimangono ben protetti dallo Stato e le valute che il settore privato genera alimentano l'economia sociale, il benessere, l'istruzione, la salute. Di fatto, queste valute, queste risorse del settore privato generano anche tasse e riscossioni. Breno Altman - Alcuni gruppi affermano che c'è stata o ci sarebbe stata la restaurazione capitalista a Cuba con l’introduzione di queste riforme con Raúl Castro e dopo con Díaz-Canel. Pensi che questa affermazione abbia fondamento? Joana Salém – No. Ragioniamo dal punto di vista della classe operaia, analizziamo la questione secondo categorie marxiste. Qual è la dimensione della classe operaia a Cuba? Oggi ci sono circa 4,5 milioni di lavoratori attivi su una popolazione di circa 6-7 milioni di persone in età lavorativa. Quindi, siamo in presenza anche di una popolazione in età lavorativa che non è attiva, o almeno i dati della scheda di pianificazione non mostrano che lo sia. Di questi circa 4,5 milioni di lavoratori attivi, un terzo è nel settore privato e di questi solo un terzo lavora come lavoratori salariati nel settore privato. Quindi, facciamo i conti: ciò significa che meno di un decimo dei lavoratori cubani sono stipendiati nel settore privato, che sarebbe in senso stretto il settore che estrae plusvalore in un'economia capitalista. Quindi, in primo luogo, in percentuale questo non configura un'economia capitalista, a meno che non si abbia una visione molto dogmatica del socialismo e si pensi che il socialismo sia assolutamente sinonimo di economia di Stato. Non è mai stato così, né in Unione Sovietica, né a Cuba, né in Cina, né da nessuna parte. Parlo sempre di questo con gli studenti, che la rivoluzione cubana, così come la rivoluzione russa, hanno generato entrambe più titoli di proprietà privata di quanto il capitalismo sia mai stato in grado di generare, specialmente nelle campagne. Proprio perché il capitalismo monopolizza la proprietà privata, crea l'esclusività della proprietà privata per un settore ristretto della popolazione. Questo non vuol dire che il socialismo possa essere definito come la democratizzazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, non è così. Ma è un dato di fatto che è possibile per una rivoluzione socialista, come quelle che si sono verificate, ampliare l'accesso alla proprietà privata su piccola o media scala, non su larga scala, perché il principale nemico del socialismo è il capitalismo monopolistico. E alla fine i settori piccoli e medi del capitalismo possono interagire positivamente con la rivoluzione. Nel caso cubano, ero lì a Cuba nel 2016 e ho intervistato un contadino di un'azienda agricola che aveva preso parte alla riforma agraria. Egli possedeva circa 60 ettari, una proprietà privata, con un titolo fondiario ricevuto durante il processo rivoluzionario. Era già un esponente della seconda generazione, perché fu suo padre a riceverlo. Fidel era appena morto e gli abbiamo chiesto cosa pensasse di Fidel. E lui ci ha risposto così: “No, Fidel è Cuba. Fidel non è morto". Era un piccolo proprietario rivoluzionario, agguerritamente rivoluzionario. Quindi è molto diffusa questa figura del piccolo proprietario, sostenitore della rivoluzione, che attua in una catena produttiva legata all'economia statale. È così che funziona l'apertura del settore privato a Cuba, con un limite, una chiarezza delle sue restrizioni, del suo controllo statale, non significa in alcun modo capitalismo. Breno Altman - Hai già detto che forse certi aspetti degli anni '90 erano peggiori di oggi. E attualmente sono sorti altri problemi. Pensi che siano crisi di natura diversa? Joana Salém - Penso di sì, perché forse negli anni '90, con il crollo dell'Unione Sovietica, si era aperta una crisi che portò ad un nuovo ordine mondiale,. Penso che ciò che sta accadendo oggi sia una recrudescenza o un nuovo momento di maggiore profondità della crisi sistemica del capitalismo, con degli sbocchi ancora indefiniti. Per capire le differenze tra il fenomeno dell'inizio del neoliberismo negli anni '70, che è poi deflagrato a Cuba negli anni' 90, e ciò che sta accadendo oggi, è importante analizzare il concetto di crisi sistemica del capitalismo, il che significa che il capitalismo arriva sempre a barriere di quasi esaurimento della sua espansione di accumulazione e ha bisogno di trovare nuove frontiere di sbocco affinché la sua accumulazione continui a verificarsi. Una grande rivoluzione tecnologica che ha generato una nuova frontiera di accumulazione è stata l'economia digitale. E l'intera bolla speculativa della recente intelligenza artificiale, ad esempio, ha a che fare con questo. E anche quindi la digitalizzazione della finanza. Tutto ciò sta oliando la crisi sistemica del capitalismo e permettendo al capitalismo di trovare nuovi percorsi di espansione. Quindi penso che il fenomeno politico del trumpismo e del neofascismo che viviamo oggi abbia a che fare con l’attuale crisi sistemica del capitalismo. Perché il neoliberismo, come politica di annientamento della capacità dello Stato di generare benessere e solidarietà e volontà di trasformare lo Stato in una sorta di Stato corporativo, genera una profonda impotenza sociale in tutte le parti del mondo in cui questa politica è stata attuata. Negli Stati Uniti ne abbiamo l'esempio chiaro e perfino lo stesso cinema di Hollywood lo documenta. L'impotenza sociale della popolazione americana si ritrova molto bene nei film degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali. Questa impotenza dà origine a una frustrazione sociale molto profonda in un mondo in cui non esiste una chiara alternativa sistemica. A differenza del XX secolo, in cui la frustrazione generata dal capitalismo poteva essere scaricata su un'organizzazione politica orientata verso l'orizzonte socialista, oggi l'orizzonte socialista rimane una opportunità solo per coloro che hanno molta speranza nella caduta del potere del capitalismo. Per quanto esista una cultura politica della sinistra che sia socialista, che abbia queste convinzioni, è difficile, ammettiamolo, proporre oggi l'espropriazione dei mezzi di produzione, un partito comunista che farà la rivoluzione e la presa del potere nei termini in cui si dibatteva un secolo fa. I termini sono cambiati, le agende sono cambiate, la sinistra ha dovuto rinnovarsi, adattarsi e questo ha generato una crisi di orizzonti. Breno Altman - Ma stai parlando della sinistra in generale o della sinistra occidentale? Come entra la Cina in questa equazione? Joana Salém - Sì, anche la Cina ha dovuto adattarsi. Anche la Cina ha creato le zone speciali di esportazione, ha sviluppato un'importante simbiosi tra i principali imprenditori cinesi e lo Stato. Se si confronta l'imprenditorialità cinese con quella cubana, si tratta di una scala molto differente che cambia la qualità delle misure messe in atto. Anche la Cina si è in qualche modo adattata ai nuovi tempi creando spazi capitalistici per organizzare la sua economia statale. E perché sto parlando di tutto questo? Perché il fenomeno politico del trumpismo ha bisogno di essere compreso in questo contesto economico di impotenza, di assenza di alternative e del fatto che l'odio diventa un sentimento politico molto importante. E questo odio è ciò che vediamo accadere nelle organizzazioni politiche di estrema destra e diffondersi in tutto il mondo. Penso che sia questa la differenza. Il neoliberismo degli anni '90, in relazione al nostro decennio degli anni 20, ha approfondito il suo processo di crisi sistemica e, ancor di più a partire dalla crisi del 2008, ha approfondito l'impotenza sociale. In questo quadro, le economie in generale a volte presentano anche un basso tasso di disoccupazione, ma è un falso basso tasso di disoccupazione, perché ci sono molte persone che sono “uberizzate”, che lavorano con tutti i tipi di economie di piattaforma e che non sono visibili a partire dai tassi di disoccupazione. Quindi ci sono tassi di disoccupazione, sotto-occupazione e lavori estremamente precari molto più alti, in realtà nascosti. Migliaia di lavori di piattaforma e micro-lavoro che rappresentano ciò che viene chiamato nella letteratura Bullshit Jobs [lavori privi di significato che causano danni psicologici al lavoratore. NdT], lavori che non generano alcun tipo di identificazione, alcun tipo di soddisfazione, che sono iper alienati. Pertanto, questo genera odio, genera frustrazione. Ed è in questo contesto che la destra si sta riorganizzando. Quindi, la destra ha un'enorme capacità. Il neofascismo è un sottoprodotto del neoliberismo. E ora, in questo 2020, è più forte che mai e molto più forte di quanto non fosse negli anni '90. Breno Altman - In che modo questo influisce su Cuba? Joana Salém – Influisce perché sarebbe stato inimmaginabile perfino durante la prima amministrazione Trump che lui mettesse in pratica quello che sta facendo con questa seconda. Perché il fascismo ha accumulato una base sociale e Trump riesce a farsi rieleggere. Anche in Brasile corriamo il rischio che succeda. C’è da tener in conto la maniera in cui Trump riesce a farsi rieleggere e il modo in cui anche la giustizia americana ha fallito in ogni modo non punendolo per gli attacchi di Capitol Hill, a differenza di quanto ha fatto la giustizia brasiliana con Bolsonaro. Cuba come Gaza Tutto ciò dà nuova leva istituzionale al progetto neofascista di Trump, in concomitanza con il genocidio a Gaza e l'avanzata dello Stato di Israele nella regione del Medio Oriente. E questo genera un'alleanza diabolica tra Netanyahu e Trump, che è molto difficile da fermare perché non rispettano l'ordine internazionale. L'ordine internazionale è crollato, in questo senso, non esiste un paese che abbia la capacità militare o addirittura la capacità politica per affrontare i crimini internazionali che Trump e Netanyahu e i loro scagnozzi stanno commettendo. E in questo senso penso che Gaza sia stato un esempio molto importante. Non c'è da stupirsi che ci sia un confronto tra ciò che sta accadendo a Cuba e ciò che è stato fatto a Gaza, perché si tratta di un assedio e un genocidio. Lì c’è una intera popolazione circondata che è stata bombardata con una politica di sterminio. Anche Cuba è sotto assedio. E quando abbiamo notizie di ospedali senza luce, con bambini con difficoltà di accesso ai respiratori, ad esempio, o con bambini che hanno bisogno di cure per il cancro o interventi chirurgici a Cuba a cui non possono accedere, questo ha un effetto emotivo interno e fa pensare a Gaza. Perché come è possibile che i bambini siano vittime di questo processo? È il limite della barbarie, della ferocia dell'imperialismo. Quindi, c'è un'evidente associazione tra Gaza e Cuba. Quando la flottiglia guidata da Thiago Ávila [attivista antagonista brasiliano che aveva partecipato anche alla flottiglia per Gaza. NdT] è arrivata a Cuba, c'è stato un ministro dello Stato di Israele che ha scritto un post su X su di lui che dice "quel terrorista sta arrivando a Cuba" e questo dimostra quanto sia odiato dallo Stato di Israele. Quindi lo Stato di Israele sta osservando i collegamenti. E penso che ci sia un'incapacità dei paesi che avrebbero il potere di portare avanti risposte adeguate per organizzarsi ad affrontare questa barbarie. Sfortunatamente, ognuno sta cercando il proprio interesse e non se ne rende conto. Così Claudia Sheinbaum, presidente del Messico, ad esempio, che tutti hanno elogiato, ha inviato tonnellate e tonnellate di aiuti umanitari a Cuba a gennaio, febbraio, ma non invia petrolio perché afferma che non attuerà alcuna misura che danneggerà l'economia messicana. È proprio così? Che tipo di solidarietà internazionale è questa che non sacrifica nemmeno un millimetro del suo PIL per realizzare unja concreta solidarietà, per garantire la vita dei cubani? Anche il Brasile è molto limitato nella solidarietà internazionale, perché dal 2023 sono state inviate a Cuba tonnellate e tonnellate di medicinali, di prodotti per l’agricoltura da parte de governo brasiliano tramite il Ministero dello Sviluppo Agrario e il Ministero della Salute. Ma per quanto riguarda il petrolio? Il Brasile è uno dei maggiori esportatori di petrolio al mondo, è tra i primi 10 esportatori di petrolio al mondo. Il 40% del petrolio esportato dal Brasile viene esportato dalla Petrobras. E perché la Petrobras non entra come agente di solidarietà internazionale? Forse perché ci svolgono elezioni in questo anno 2026? Tutti calcoli meschini. Breno Altman – La Petrobras non potrebbe essere punita se lo facesse, tenendo conto che le sue azioni sono negoziate alla Borsa di New York? Joana Salém - Potrebbe, ma il problema è alla fonte: chi è che governa la Petrobras? Chi ha potere decisionale sulle azioni della Petrobras? La Petrobras è da tempo diventata una società controllata da fondi speculativi esteri e da azionisti stranieri, settori che non hanno la maggior parte delle azioni ordinarie, ma possiedono la maggioranza delle azioni privilegiate, che permettono loro un enorme potere decisionale nella società. Quindi, una società che non è più di completo controllo statale, ma è mediata da interessi privati. Se fosse sotto il controllo statale, il governo avrebbe la possibilità di agire in solidarietà con Cuba. In ogni caso, un governo come l’attuale che esprime il presidente, ma ha evidenti problemi di maggioranza nel Congresso, sarebbe in grado di portare avanti questa disputa? La direzione della Petrobras potrebbe - per esempio - dichiarare che lo 0,01% del petrolio esportato dalla Petrobras sia diretto a Cuba. Ciò, di fatto, non inciderebbe sui grandi profitti degli azionisti e potrebbe aiutare forse solo in parte materialmente, ma sicuramente simbolicamente il popolo cubano. Ma non succede. In definitiva, penso che viviamo in un ordine mondiale che non rispetta più il diritto internazionale, che è costantemente violato soprattutto da Israele e dagli Stati Uniti. E che i paesi non si stanno organizzando per rispondere di conseguenza. Ad esempio, la spedizione della nave russa, che è un fattore importante, ha rotto il blocco ed è stata assolutamente fondamentale. Da un punto di vista tecnico, il petrolio arrivato a Cuba dalla nave russa l'altro ieri (29/03) corrisponde a circa un terzo delle importazioni mensili di petrolio cubano. Il suo supporto è quindi ancora molto insufficiente. È sufficiente per 8/10 giorni. Ma è simbolico. Breno Altman - Molti studiosi sostengono che i problemi di Cuba derivino in parte dal blocco, ma in parte anche dalla dipendenza cubana, in passato dall'Unione Sovietica e poi dal Venezuela. Pensi che questa argomentazione abbia senso? Le relazioni che Cuba stabilì con l'Unione Sovietica, e in modo un po' meno profondo con il Venezuela, erano e sono relazioni di dipendenza che danneggiano l'economia cubana? Joana Salém – In estrema sintesi posso dire che, sì, si trattava di relazioni di dipendenza, ma la categoria di dipendenza, che è molto importante nella teoria economica latinoamericana, non si applica ugualmente al capitalismo e al socialismo. Credo si possa dire che il socialismo cubano sia sempre stato un socialismo dipendente o un socialismo periferico. Perché non disponeva di filiere industriali autonome in grado di superare la dipendenza tecnologica del Paese da elementi basilari del funzionamento della sua vita sociale. Quindi, la dipendenza tecnologica è un anello importante della dipendenza socialista, insieme alla vulnerabilità esterna. La fluttuazione dei prezzi di alcune materie prime è sufficiente a far fluttuare la capacità di raccolta e la ricchezza di uno Stato in modo molto volatile. Nel caso del rapporto con l'Unione Sovietica, Cuba riuscì a stabilizzare i prezzi. Quindi la questione della vulnerabilità esterna fu azzerata, diciamo, da questo accordo. Il socialismo dipendente di Cuba con l'Unione Sovietica è stato fondamentale nel breve periodo ed è stato negativo nel lungo periodo. Nel breve periodo è stata l'Unione Sovietica a salvare Cuba dal collasso nel 1960. E per 30 anni, il socialismo cubano è stato in grado di strutturare i suoi sistemi di welfare solo grazie all'interazione virtuosa del suo rapporto con l'Unione Sovietica. Nel rapporto di dipendenza capitalista, il flusso di trasferimento di ricchezza va dalla periferia al centro. Nel rapporto di dipendenza socialista, il flusso è politico, non è capitalista, va dal centro alla periferia. Il flusso di ricchezza veniva trasferito dall'Unione Sovietica a Cuba. E quello era un accordo politico, geopolitico. L'Unione Sovietica non lo fece per altruismo, ma per interesse. Le relazioni con l'Unione Sovietica erano molto positive a breve termine, ma controproducenti a lungo termine. Perché questa interazione, questo legame dell'economia cubana in relazione all'economia sovietica, ha approfittato della grande specialità dell'economia cubana, che era la produzione di zucchero. Ciò che Cuba aveva da offrire in termini di migliore produttività al mondo era zucchero di alta qualità con un basso costo di produzione, che aumentava - perché i salari e le condizioni dei lavoratori miglioravano - ma aveva ancora molti vantaggi. E l'Unione Sovietica ha pagato questo zucchero con un prezzo più alto rispetto al mercato e allo stesso tempo ha venduto petrolio a basso costo e ha permesso a Cuba anche di rivendere questo petrolio a prezzi di mercato in un accordo che ha permesso a Cuba di accedere a valute estera dal mondo capitalista per acquisire altri prodotti. Quindi, a breve termine, è stato molto importante. Tuttavia, ciò è stato un male a lungo termine perché Cuba non ha sviluppato l'indipendenza tecnologica, non ha assorbito sufficientemente la tecnologia, anche se in alcuni campi ciò è accaduto: molto raramente, ad esempio nella tecnologia sanitaria. Ma ciò non è accaduto nei settori di base dell'industria dei beni strumentali, ad esempio, l'industria del nichel e del cobalto, che sono due minerali di cui Cuba ha riserve molto importanti: il 7% delle riserve mondiali di nichel e cobalto sono a Cuba. E Cuba non è riuscita a sviluppare un'industria siderurgica e un'industria di beni capitali che fosse competitiva globalmente fino ad avere oggi una maggiore indipendenza da altri beni materiali derivanti da questa capacità di beni fondamentali. Breno Altman - Ma questo era un problema derivato dal rapporto con l'Unione Sovietica o causato da una decisione cubana di privilegiare questo risparmio causato dal rapporto con l'Unione Sovietica per usarlo per mantenere e sviluppare lo Stato sociale? Joana Salém - Beh, questo è un dilemma che il governo cubano ha dovuto affrontare in termini macroeconomici, sarebbe a dire tra investimento e consumo. Ma poiché il socialismo non è una società di consumo, il dilemma si svolge tra investimenti in beni capitali (industrializzazione) e benessere materiale. Questa è una scelta che ha fatto Cuba. In effetti, il governo cubano si è impegnato a garantire il più possibile la migliore struttura di assistenza sociale, salute, istruzione e cultura a scapito di un più forte processo di industrializzazione. Al suo apice, ha raggiunto uno standard di welfare comparabile ai paesi europei: tassi di mortalità infantile molto bassi, tassi di aspettativa di vita molto alti alla nascita, da primo mondo, meglio degli Stati Uniti, per esempio. Ciò era possibile solo per questo aspetto, ma c'era anche un certo accomodamento nel rapporto di Cuba con l'Unione Sovietica, nel senso che Cuba era l'esportatore di materie prime e l'Unione Sovietica era il fornitore di beni industrializzati insieme ad altri paesi industriali del campo socialista. E questo schema si è rivelato pessimo a lungo termine, perché l'Unione Sovietica non era eterna. Quindi, tornando all'idea di dipendenza, penso che la parola dipendenza possa essere applicata a Cuba nel rapporto tra Cuba e l'Unione Sovietica, in un senso diverso da quello che propone la teoria della dipendenza latinoamericana. Ritengo che Cuba sia un paese socialista dipendente, ma dipendente non perché le sue relazioni con il centro del sistema, all'epoca, il blocco socialista, fossero di trasferimento di ricchezza dalla periferia al centro, visto che il flusso era al contrario, ma perché Cuba ha fino ad oggi un'elevata vulnerabilità esterna, cioè le questioni relative al prezzo e al mercato internazionale influenzano l'economia cubana in modo molto pesante. Ulteriore problema è la poca fluttuazione dei prezzi: poiché l'economia cubana dipende dall'esportazione di pochi beni, un paniere di beni poco diversificato, la fluttuazione di questi prezzi finisce per generare volatilità nella capacità di acquisizione di valute forti. Questo è un punto: l’elevata vulnerabilità esterna. E l'altro punto è la questione di non aver incorporato la frontiera tecnologica e di non aver sviluppato una più robusta indipendenza tecnologica. E questo pesa da due punti di vista: da un lato, quando vediamo la crisi energetica che Cuba sta vivendo oggi, è evidente che c'è una dipendenza dal petrolio, ma se non si ha petrolio nel sottosuolo, non si può avere indipendenza petrolifera. D’altro canto, altre risorse, per esempio, altre modalità di produzione di energia si sarebbero potute pensare prima. Che Guevara aveva un progetto per sviluppare centrali elettriche basate su zuccherifici. Quindi, il complesso zucchero/alcol della rivoluzione cubana avrebbe potuto svilupparsi anche nel settore energetico e questo non è avvenuto a sufficienza. In questo senso, Cuba è dipendente perché ha una vulnerabilità esterna e una dipendenza tecnologica. Allo stesso tempo, Cuba ha sviluppato l'unico vaccino Covid-19 latinoamericano perché è riuscita a sviluppare una frontiera tecnologica in campo sanitario. A causa degli investimenti in scienza, tecnologia e salute, a cui il governo cubano ha sempre dato la priorità, è stato possibile realizzare, ad esempio, questa impresa unica: Cuba è stato l'unico paese latinoamericano in grado di sviluppare il proprio vaccino. Breno Altman - Con il Venezuela, Cuba ha riprodotto questi rapporti di dipendenza? Joana Salém - È stato diverso, perché il commercio internazionale cubano con l'Unione Sovietica rappresentava circa l'80% del commercio internazionale totale del paese. Quindi, tra il 70% e l'80% del commercio internazionale cubano per 30 anni ha avuto luogo con l'Unione Sovietica, l'altro 20% era distribuito tra altri paesi. Nel caso del Venezuela, le importazioni cubane non hanno mai superato il 45%. Al suo apice erano del 45% e poi si sono ritirate al 25%. Quindi, dal periodo speciale in poi, si è verificata una diversificazione del commercio cubano con altri paesi, compresi più paesi africani, c'è stato un riequilibrio. Per la prima volta nella storia di Cuba, vige un maggior equilibrio nel volume degli scambi internazionali che il paese svolge con gli interlocutori esterni. Storicamente, prima della rivoluzione gli scambi commerciali erano all'80% con gli Stati Uniti, dopo la rivoluzione fino alla caduta dell'Unione Sovietica, l'80% con l'Unione Sovietica ed in seguito si dispiega la diversificazione. Con il Venezuela, non c’è mai stato un rapporto così intenso e dominante come lo è stato con l'Unione Sovietica. La doppia moneta Breno Altman - Un'altra questione che volevo affrontare con te, che potrebbe essere stato il principale dilemma economico vissuto dall'attuale governo cubano, il governo Díaz-Canel. Cuba, nel periodo speciale, iniziò ad adottare una doppia moneta. Díaz-Canel pose fine a questo regime. Perché è nata la doppia moneta? Perché Cuba ha dovuto porre fine alla doppia moneta? E quali sono le conseguenze per l'economia cubana? Joana Salém - Questo è un tema molto importante, perché la doppia moneta è stata una strategia fondamentale per la sopravvivenza della capacità di Cuba di ottenere valuta estera, cioè di ottenere potere d'acquisto nel mercato internazionale. Come ha funzionato? L'economia interna di Cuba era basata su due monete: una valuta più debole, il peso cubano CUP, con un valore di 25 a 1 rispetto al dollaro, e la valuta nazionale, emessa dallo Stato cubano, il peso cubano convertibile (CUC), che aveva un valore fisso proporzionale al dollaro, proprio come il dollaro. E questa divisione ha permesso al governo cubano di continuare ad avere da un lato un potere d'acquisto internazionale e continuare a catturare valuta estera nel mercato mondiale, fondamentalmente attraverso il turismo, ma anche attraverso le vendite, le esportazioni di nichel, cobalto, zucchero (che è scesa di molto, ma che ha continuato ad esistere) e la raccolta di valuta estera dall'arrivo dei turisti. Quindi i turisti, quando il turismo diventa un settore protagonista dell'economia cubana (dagli anni '90), a partire dal 1994 hanno cominciato a dover spendere i loro soldi in valuta forte. I turisti scambiavano dollari ed euro per valuta forte (CUC) e nel frattempo l'economia cubana operava internamente a basso costo, perché l'economia cubana è un'economia a bassa produttività in generale rispetto ad altre economie. Ciò ha permesso al governo cubano di aumentare i tassi di cambio e creare riserve internazionali in questa valuta forte, pur avendo bassi costi di mantenimento del sistema di riproduzione sociale. D'altra parte, ciò ha generato una costante insoddisfazione per i bassi salari. Se all'inizio si è verificato un aumento dei salari, quando il sistema di assistenza sociale fu consolidato, il governo cubano calcolò che il fattore principale dell'economia cubana non era il mantenimento di salari alti, perché Cuba non era una società consumistica. Quindi, lo stipendio non serve come nel capitalismo per comprare la salute e l'istruzione. Lo stipendio è un elemento che serve per comprare una parte del cibo, perché una parte degli alimenti è gratuita, la “libreta” di fornitura gratis, la salute e l'istruzione sono gratuite, la cultura è gratis. Non è un'economia di mercato. Il potere finanziario di una famiglia non deve essere necessariamente enorme, perché la sua riproduzione sociale è assicurata gratuitamente. Quindi lo stipendio non era un fattore importante. Tuttavia, con l'arrivo del turismo, elementi della società di mercato cominciano ad emergere a Cuba e il confronto interno tra le due monete ha incominciato a verificarsi all'interno dell'economia cubana, perché quei lavoratori che attuano nel turismo iniziano a ricevere mance, iniziano a ricevere l'accesso all'economia del peso CUC, della valuta forte cubana, mentre le persone che sono dipendenti statali non hanno avuto accesso a questa economia. E qui cominciano a sorgere le distorsioni. Ad esempio, una persona che lavora in un servizio alberghiero finisce per guadagnare di più in dollari, a volte molto di più in un giorno o in una settimana, guadagnando l'equivalente dello stipendio mensile di un medico o di una persona che ha una laurea, una specializzazione accademica, una formazione più lunga e un lavoro considerato più complesso nel senso di conoscenza. Questo ha generato distorsioni, quindi ad esempio, la figura dell’ingegnere tassista è diventata molto comune a Cuba. Questo perché Cuba ha sviluppato una certa sotto-occupazione di ingegneri: a causa del complesso industriale dello zucchero, Cuba ha formato molti ingegneri, molti tecnici per lavorare nell'industria dello zucchero. E con lo smantellamento e la riduzione delle dimensioni del settore, molti ingegneri sono rimasti senza lavoro. L'industria dello zucchero fu fortemente influenzata dalla fine dell'Unione Sovietica, perché questo era lo sbocco principale di quel mercato. Cuba non ha più tanto mercato per vendere lo zucchero e quindi è stata colpita. Molti ingegneri finiscono per rimanere fuori sede, ricevono uno stipendio statale, ma non godono delle migliori opportunità della loro professione. E finiscono per integrare il loro reddito con posti di lavoro che hanno accesso all'economia del CUC, della moneta forte. Perché la doppia moneta è stata abolita? E quando? La fine della doppia moneta è un argomento dibattuto a Cuba da molto tempo. Quando sono andata a Cuba nel 2016, ho intervistato José Luiz Garcia Rodriguez, che era stato l'architetto della doppia moneta. Lui all’epoca mi ha detto: "Abbiamo in previsione un piano di unificazione monetaria perché la doppia moneta è importante, protegge l'economia cubana dagli urti internazionali, ma genera distorsioni interne e aumento delle disuguaglianze e, infine, influisce sulla produttività". Quindi c'era già questa idea della fine della doppia valuta. Quello che successe in seguito è che l’abolizione è stata annunciata proprio nell'anno della pandemia, a dicembre 2020, mentre era previsto che avvenisse prima. Credo che ciò si sia verificato perché è stato calcolato che si trattava di un processo complesso, che avrebbe generato turbolenze nell'economia e che avrebbe generato insoddisfazione, che la misura avrebbe generato un elemento anti-popolare. Perché l'unificazione monetaria avrebbe smantellato questi confini delle transazioni, che erano il sostentamento di molte persone. Gente che a Cuba sopravviveva e otteneva il suo reddito effettuando questa transazione tra i mercati delle due monete. Riceveva in valuta forte, aveva accesso all'economia interna dove questa valuta forte valeva molto e poteva comprare più prodotti. Questo cambio interno era importante per molte persone, quindi la sua fine avrebbe potuto generare turbolenze. E poi cos'è successo? Ricordo che a Cuba con il peso CUC in quella grande gelateria che è Coppelia c'era una parte esterna che era per stranieri. A volte riuscivo ad avere accesso alla zona per residenti cubani e con la valuta forte degli stranieri compravo 10 kg di gelato! Di fatto, ho sempre comprato un po' di moneta nazionale per acquisire cibo di strada o venduto dalle famiglie in casa, qualche pasto economico, comprare libri, perché ci sono tanti libri in moneta nazionale venduti per strada, quasi gratis, a pochi centesimi. Ho acquistato diversi libri per il mio master in questo contesto. Ma poi quello che è successo è che nel contesto della pandemia, il supporto del peso CUP, questa doppia moneta, è diventato complesso a causa dell'eccesso di spesa che era necessario per sostenere il sistema sanitario in un contesto di crisi turistica. Nel 2020 l'economia cubana ha avuto un forte calo, il PIL cubano è diminuito del 10%, che è esattamente la dimensione del turismo nel PIL cubano, perché il turismo si è fermato a causa del covid-19. E nel 2020 era zero. Il calcolo del governo ha reso necessario anticipare l’abolizione della doppia moneta, perché la contrazione del PIL ha dato origine ad una difficoltà nell'emissione della valuta forte e nel mantenimento di questo meccanismo. A quel tempo, l'economia è stata unificata da un processo di transizione chiamato “tarea ordenamiento” [in italiano "obiettivo di ordinamento". NdT], che è stato approvato a dicembre del 2020 e avrebbe dovuto terminare in sei mesi entro luglio 2021. Alcune misure sono state attuate: ad esempio, un aumento dei salari (di circa cinque volte), una significativa moltiplicazione dei salari e allo stesso tempo un aumento di alcune tariffe o la fine di quelle che i cubani chiamavano bonus gratuiti indebiti, perché c'erano molte persone che non pagavano per l'elettricità, non pagavano per i servizi telefonici e altre tariffe o per l'acqua, queste erano semplicemente libere in qualche buona parte delle case. Pertanto, alcune bollette hanno iniziato ad essere addebitate. Quindi questo ha rappresentato una sorta di ri-monetarizzazione delle relazioni sociali a Cuba, perché i salari aumentavano, ma venivano imposte anche alcune tariffe e si tentava di normalizzare l’economia a partire dall'unificazione della moneta. Il problema è che ciò è avvenuto in concomitanza con la pandemia e proprio in quel periodo le politiche invasive di Trump avevano generato una carenza di prodotti. Tutto ciò, insieme al cambiamento del modello di pagamento, ha innescato un rapido processo inflazionistico e il prezzo dei prodotti è cresciuto velocemente, in modo tale da essere più rapido della crescita dello stipendio offerto nell'operazione di transizione “tarea ordenamiento”. Quindi il calcolo degli aumenti salariali non era sufficiente e questo processo inflazionistico è stato ciò che ha generato la ribellione del luglio 2021. Chiaramente c'era anche un problema legato ai mezzi di pagamento, che erano disorganizzati in quel momento. In seguito, è stata creata una carta che i cubani possono usare, che funziona come una moneta, ma è una valuta digitale che non è tramutabile in banconote, come era con il peso CUP. E questa valuta digitale può essere utilizzata da persone che ricevono pagamenti, ad esempio, che hanno rimesse in dollari da familiari negli Stati Uniti o in altri paesi, che è una parte importante dell'economia cubana. Queste persone hanno accesso a questa valuta digitale che possono utilizzare in determinati negozi, con convertibilità gratuita. Il nome è Moneta Liberamente Convertibile (MLC). Ma poi quello che succede, ad esempio, tipico nelle crisi energetiche è che anche i sistemi di utilizzo delle carte e dei sistemi bancari a volte smettono di funzionare per i blackout. Quindi, molte volte le persone non riescono ad accedere alle loro risorse attraverso questo mezzo. Emigrazione Breno Altman - L'emigrazione di massa che si è verificata soprattutto negli ultimi anni è stata un beneficio o un danno per l'economia cubana? Joana Salém - Penso che sia stata un danno, uno svantaggio, perché meno persone significa meno lavoro, meno lavoro significa meno produzione. Nonostante l'economia cubana non abbia la capacità di assorbire tutte le persone nell'economia in modo iper-produttivo, perché di fatto nessuna economia ha questa capacità. Penso che sia stato un male per l'economia cubana, ma penso allo stesso tempo che sia un fenomeno comprensibile, perché l'80% della popolazione cubana di oggi è nata durante la rivoluzione, quindi c'è una percentuale enorme di persone che hanno vissuto e che vivono l'esperienza del socialismo come l'unica della propria vita. E l’idea di vivere altre esperienze esercita un inevitabile potere di attrazione. Vivere nelle società dei consumi, nelle società di mercato, propone un elemento seduttivo. Quindi, spesso, la difficoltà dell'economia cubana di offrire alternative più attraenti, per così dire, di lavori molto ben pagati, per i giovani, genera una certa delusione. A ritrarlo molto bene nei suoi libri è Leonardo Padura [stimato scrittore e giornalista cubano, cattedra di Letteratura latino-americana all'Università dell'Avana. NdT], che parla molto di questo tema dell'esodo cubano, delle generazioni, delle famiglie che si sono separate, delle persone che amano molto il proprio paese, che si sono dedicate molto alla causa della rivoluzione, ma che per motivi personali e anche per condizioni di vita finiscono per optare per le migrazioni. Fernando Morais, lo scrittore già citato in precedenza, parla spesso della comunità cubano-americana di Miami, che è molto importante, perché non si può pensare a queste comunità solo in senso caricaturale. C'è stata un'emigrazione ideologica dei cubani proprio allora negli anni '60 e '70, ma a partire dagli anni '90 si sta verificando un'emigrazione economica che non include persone che si oppongono necessariamente al socialismo, ma soggetti che intendono di aver scelto in quel momento di vivere un'altra condizione, differente. Breno Altman - Ma, d'altra parte, l'emigrazione non allevia il sovraccarico nei sistemi sanitari e scolastici? Joana Salém - Sì, in un certo senso sì, ma è anche sempre bene ricordare che Cuba esporta medici, quindi avviene il fenomeno dell'emigrazione, ma succede anche che la notevole formazione dei medici a Cuba sforna individui per l'esportazione. Sto pensando per esempio a una barzelletta che ho sentito da un cubano a Cuba. Un vicino incontra l'altro e dice: "Oh, vado in Venezuela. Ah, bene. Quindi stai andando in missione, hai intenzione di compiere qualche missione in Venezuela? No, vado dal mio medico di famiglia”. Questo perché i medici di famiglia sono in Venezuela. C'è un'iperpopolazione di medici a Cuba, probabilmente il più alto numero medio di medici per abitante al mondo, ma molti di loro sono all’estero. Quindi, penso di sì, l’emigrazione riduce il sovraccarico nei sistemi, ma d'altra parte rivela una crisi, una difficoltà a riprodurre il progetto. Penso che dobbiamo ammettere che c'è una difficoltà di programmazione delle scelte professionali. Sicurezza Una curiosità in un settore che riguarda molto i brasiliani. Com'è che a Cuba, con tutta questa crisi, che è una crisi drammatica, i problemi di sicurezza non sono paragonabili a quelli affrontati da altri paesi latinoamericani, come il Brasile, per esempio? Di fatto il crimine a Cuba è molto basso, i crimini violenti praticamente non esistono o le rapine a mano armata nelle strade. Non è assolutamente comparabile, non sono un esperto in materia di sicurezza, ma penso che ciò riveli una tesi molto forte che gli esperti che la studiano dicono abbia a che fare con la disuguaglianza sociale. Poiché la disuguaglianza sociale non genera opportunità per i più poveri, soprattutto i giovani finiscono per trovare nella criminalità una scorciatoia per raggiungere i propri obiettivi, anche di consumo, più velocemente che attraverso il lavoro, che è oltretutto in crisi. La risposta è che a Cuba non si verifica una notevole ostentazione. Le economie capitaliste hanno una cultura di terribile ostentazione e questo genera una certa ansia per le persone più povere di accedere a tutto ciò che è possibile accedere all'interno di quella società, e questo non esiste a Cuba, perché Cuba non ha un settore dell'élite che vanta il suo potere di consumo. C'è una società molto meno disuguale, molto più egualitaria e con accesso universale garantito ai beni di prima necessità. Quindi, la criminalità del capitalismo ha origine nella disuguaglianza sociale e nell'ostentazione della cultura capitalista. Questi due elementi a Cuba mancano, e nonostante si verifichi un calo della qualità della vita delle persone, questo non alimenta il crimine. Non ho letto le recenti statistiche generali sulla criminalità a Cuba, ma so che, ad esempio, ci sono persone del CENESEX [Centro Nazionale Cubano per l'Educazione Sessuale. NdT], che è un'organizzazione fondata da Mariela Castro, che studia e verifica dati importanti sulla violenza contro le donne a Cuba, compresi i femminicidi. E monitora anche le questioni del maschilismo nella rivoluzione e ci sono molte ricerche su di esso, anche rispetto al livello di violenza patriarcale contro le donne, di possesso, gelosia, ecc. che esiste ancora. Ma questa violenza sociale che sperimentiamo oggi, che ci porta a chiudere il finestrino dell'auto, avere paura di camminare con il cellulare in mano per strada, non è davvero quello che succede a Cuba. Non lo è davvero. Si può camminare liberamente per l'Avana, le donne possono camminare senza problemi. È molto sicuro, estremamente sicuro. Quello che ti può succedere è che una persona con l’apparenza di turista che ha un aspetto un po' perso, del tipo "non sono di qui" - e basta solo uno sguardo per rendersi conto che la persona è un turista. Bene, questa persona verrà avvicinata, ma non da un ladro, ma da una persona che potrebbe proporgli tipo: "andiamo a berci un mojito", "andiamo a scambiarci un'idea", "vuoi parlare della rivoluzione?", "facciamoci un mojito qui insieme in questo bar". Il tipo potrà trovare che il mojito sarà più costoso, forse lo paga di più, il ragazzo se ne approfitta un po’, ma non puoi chiamarla una rapina. E poi, i sigari finti. È un classico: “Vieni a casa mia.” E sarai ben accolto, ti offriranno anche una tazza di caffè e ti venderanno una scatola di sigari contraffatti. Ma questa non è una rapina! Cuba è una società disarmata in termini quotidiani. Nemmeno la polizia è armata. Forze armate E qui arriva la questione militare, di superiorità e inferiorità militare rispetto agli Stati Uniti. Cioè, se Trump intende effettuare un'invasione ipertecnologica come ha fatto con il Venezuela, Cuba non ha alcuna possibilità di resistere a un attacco simile. Anche se Cuba ha un controspionaggio, un servizio di intelligence molto più capace dei venezuelani. Tanto che c'erano cubani consiglieri dell'intelligence venezuelana e della sicurezza di Maduro che sono morti nell'attacco al Venezuela. Ma non è solo con l'intelligenza che si fa una difesa contro un tale attacco militare. Qual è il ruolo delle Forze Armate a Cuba oggi? Le Forze Armate hanno un enorme potere economico. Dagli anni '90, è stato creato il gruppo di supporto alle imprese che è GAESA, che è una società gestita dalle Forze Armate Rivoluzionarie creata da Raúl Castro, che è ancora il dirigente delle Forze Armate, con l'obiettivo di creare un mezzo di redditività e autosufficienza delle Forze Armate durante il periodo speciale. Questo gruppo aziendale si è espanso e si configura come un grande conglomerato che controlla le industrie strategiche del paese e anche il settore alberghiero. Ad ogni modo, nessuno sa con certezza quale sia il volume di attività di questo gruppo, ma è probabile che corrisponda, più o meno, al 40% dell'economia cubana. Si tratta davvero dell'attore di Stato protagonista. Quindi le forze armate hanno questa capacità economica e in termini tecnologici. Tuttavia, in termini di armamenti, non hanno autonomia, perché Cuba non ha una propria industria degli armamenti. Dipendono da armi russe, armi di altri paesi, armi iraniane alla fine. E, quindi, la dipendenza tecnologica colpisce l'industria bellica e la questione militare. Quello che i cubani hanno sempre sviluppato molto bene è il settore dell'economia della conoscenza. Quindi, poiché l'istruzione era un pilastro della rivoluzione e sono riusciti a costruirlo senza superare la dipendenza tecnologica e continuando ad attuare come un socialismo periferico, è stato dal pilastro educativo che hanno sviluppato ciò che è possibile sviluppare - scienza e tecnologia - con poche risorse. Quindi i vaccini, quello che chiamano il vaccino contro il cancro, che non è esattamente un vaccino, ma è un farmaco antitumorale molto efficace che è stato sviluppato lì e che Cuba non può esportare a causa del blocco. Cuba potrebbe condividere questa tecnologia con il mondo e non può farlo correttamente a causa del blocco. E nel caso militare, succede la stessa cosa. Quindi, quante operazioni terroristiche l'intelligence cubana non è riuscita a prevenire con il lavoro di controspionaggio, spionaggio, negli Stati Uniti durante gli anni '90, durante gli anni 2000? Questa risposta solo l'intelligence cubana lo sa, ma sono stati disattivati molti piani di attacchi criminali. E noi, attraverso il libro di Fernando Morais, abbiamo un po' di conoscenza di cosa si tratta ["L'Isola" libro cult rieditato nel 2001 che racconta vari dettagli su Cuba. NdT]. Quindi, in questo senso, il controspionaggio cubano, la capacità di spiare le spie degli altri, gioca un ruolo importante in questo frangente, per anticipare le orme del nemico e prevenirle nel miglior modo possibile. Trump prepara l'operazione militare "Bagno di sangue" Breno Altman - Pensi che la strategia degli Stati Uniti in questo momento sia quella di scommettere sull'usura interna, cercando di far emergere un'opposizione in grado di rovesciare il governo o Trump sta preparando un'operazione di intervento militare sull’isola? Joana Salém - Penso che Trump stia preparando un'operazione militare, purtroppo. Perché se in Venezuela non poteva contare su di un'opposizione interna capace di rappresentare i suoi interessi, tanto meno può farlo a Cuba. In Venezuela c'è stata per lungo tempo un'opposizione robusta e attiva, che ha avuto decine di candidati nel processo elettorale del 2024 e si sta organizzando. Ma di fatto è frammentata, è fragile, è egemonizzata da un settore di estrema destra, che è criminale, che è golpista e che ha perso l’appoggio morale internazionale dopo il caso dell'autoproclamato presidente Guaidó, una strategia che non ha mai funzionato. E inoltre l'opposizione venezuelana si è indebolita, anche perché il progetto chavista ha ancora egemonia popolare. Naturalmente ci sono disaccordi interni, ce ne sono in ogni società, questo è salutare. Anche a Cuba ci sono disaccordi, ma a Cuba l'opposizione politica organizzata è fuori dal paese, vive all’estero. Qualsiasi opzione di tentativo di innesto di una nuova dirigenza, di un nuovo governo che elimini efficacemente quello attuale, sarebbe un'invasione. Quindi penso che la strategia sia la seguente. Sappiamo che Trump ha una politica estera scenografica, quindi il caso del Venezuela è un esempio di quello che chiamo "falso cambio di regime". Trump annuncia che ha realizzato un cambio di regime, che ha risolto i problemi del Venezuela, ma Delcy Rodriguez è allineata con il chavismo, sta dicendo che è presidente ad interim, che Maduro è il presidente e segue la catena di comando, proprio come nel bolivarismo. E forse Trump proverà una strategia simile a Cuba, nel senso di rovesciare Diaz-Canel, non so in che modo, e mettere una persona al suo posto, sostenendo che è una persona che servirà gli interessi degli Stati Uniti, ripetendo in qualche modo il modello del Venezuela. Penso che sia una possibilità. Perché o sarà così o sarà un bagno di sangue. Perché se gli Stati Uniti invadono Cuba per rovesciare il governo rivoluzionario senza alcun elemento diplomatico in gioco, il popolo cubano andrà in guerra per la vita o per la morte e avremo milioni di persone uccise, sarà una cosa orribile. E Trump sa che c'è resilienza all'interno del paese. Quindi penso che sarebbe un'opzione che Trump intende evitare, perché anche la comunità internazionale potrebbe reagire in qualche modo al riguardo. Sarebbe una cosa molto brutale. Penso che perfino per lui sarebbe costoso. Breno Altman - Quando dici che pensi che sarebbe un'operazione simile al Venezuela, immagini che cerchi di rapire o addirittura eliminare Diaz-Canel? Joana Salém - Penso che questa sia una possibilità. Breno Altman - Pensi che succederà dal 15 al 19 aprile? Joana Salém - La data del tuo viaggio a Cuba, Breno? Spero di no, soprattutto perché in quei giorni so che sarai con lui... No, non sarà, immagino, in quei giorni, sarebbe una sfortuna enorme. Tuttavia, penso che l'attacco sia una possibilità reale. Penso che Díaz-Canel stia correndo un rischio molto imminente di essere rovesciato e quindi deve calcolare accuratamente le questioni all’interno di questi negoziati che si stanno svolgendo attualmente con gli Stati Uniti. Di fatto, c'è un canale di dialogo esistente, materiale, tra Stati Uniti e Cuba. Oggi (31/03) il nipote di Raúl Castro - Raúl Guilherme Rodriguez Castro - che è questa figura chiamata El Cangrejo, si è incontrato con gli assessori di Trump su un'isola chiamata Saint Kitts and Nevis, vicino alle Isole Vergini britanniche. Un aneddoto a proposito: si fa chiamare El Cangrejo perché dice di essere nato con un dito in più su una mano, cioè avrebbe sei dita in una mano. Questo incontro è stato mappato, la stampa ha riferito che si è trattato di un successo. C'è un canale di dialogo, che è normale. C’è stato anche un certo sentore di cospirazione, alcuni cubani stanno dicendo che il governo Diaz-Canel sta negoziando con gli Stati Uniti come se fosse un segreto, come se non fosse ovvio che il percorso del governo cubano è stato, come è sempre stato, quello di creare canali di dialogo con gli Stati Uniti. Nel corso della storia della rivoluzione cubana, il governo cubano ha sempre cercato di creare canali di dialogo con gli Stati Uniti. Questo canale esiste, ma sappiamo che non è il canale preferito di Trump per la risoluzione dei problemi, perché questo canale non arriverà a danneggiare la sovranità cubana. È un canale diplomatico attraverso il quale la sovranità cubana preserva la sua integrità. Trump ha annunciato che Cuba “is the next” ["è la prossima" dopo Venezuela e Iran. NdT], la domanda è “quando?” e “come?” e “chi prenderà il posto di Díaz-Canel”. Marco Rúbio ha detto qualcosa del genere: "il governo cubano deve cambiare, ma non tutto in una volta". E penso che questo sia un indizio che alla fine stanno immaginando una sorta di pianificazione strategica, nel senso di rimuovere Diaz-Canel, mettere una nuova leadership che per il trumpismo sarà annunciata come un innesto, una vittoria per gli Stati Uniti, ma che all'interno di Cuba sarà una soluzione di autoprotezione della sovranità cubana, un po' come il caso venezuelano. Credo che ci sia una possibilità di questo tipo. Breno Altman - Ma pensi che non sarà per via negoziale, sarà per via di un'operazione militare? Joana Salém - Penso che accadrà qualche operazione militare, perché questo è importante per il capitale politico di Trump, ma deve essere economica, perché Trump sta già spendendo un sacco di soldi per la guerra in Iran. La guerra dell'Iran si sta rivelando molto più costosa del previsto, anche perché l'Europa, per la prima volta in molti anni, ha deciso di non sottomettersi immediatamente all'interesse di Trump. E quando lui ha chiesto aiuto per sbloccare lo Stretto di Hormuz, persino la fascista Meloni gli ha detto che non avrebbe aiutato. Quindi Trump è più solo di quanto pensasse su questo tema. La guerra è molto costosa e questo va contro gli interessi elettorali delle imminenti elezioni di medio termine. La sua stessa base lo critica per questo. Quindi a Cuba deve essere un'operazione economica e di conseguenza non può essere un bagno di sangue. Breno Altman - Pensi che l'apparente fallimento di Donald Trump in Iran lo spinga a un'operazione militare a Cuba per mostrare forza prima delle elezioni di novembre? Joana Salém - Stavo dicendo proprio questo. Penso che ambedue le situazioni siano negative per Cuba. Un'apparente vittoria degli Stati Uniti in Iran è negativa per Cuba e un'apparente sconfitta è altrettanto negativa, perché Cuba può essere utilizzata come merce di scambio per ripulire l'immagine di Trump in qualsiasi circostanza. Un esempio, il governatore della California, un democratico, ha recentemente fatto un discorso dicendo di sostenere la politica di Trump nei confronti di Cuba e Venezuela. Quindi, se la guerra in Iran è costosa e i democratici usano questo argomento per criticare, alla fine, l'allineamento democratico con la politica trumpista verso Cuba e Venezuela sembra essere più forte, almeno di questo settore democratico neocon che è più egemonico e non della sinistra democratica. E questo dimostra che c'è un margine interno per Trump per fare tali operazioni, purché non costino troppo allo Stato americano. E l'operazione in Venezuela, da quello che ho capito, è stata molto efficiente in questo senso, è stata veloce, ci sono stati morti, ma erano pochi rispetto a ciò che sta accadendo in Iran e ha generato un'apparenza di vittoria trumpista all'interno della sua stessa narrazione. Può narrare ai suoi sostenitori che ha piegato il Venezuela e che Maduro è in tribunale a pagare per i suoi presunti crimini. Opzione iraniana Breno Altman - Pensi che Cuba potrebbe scegliere un'opzione diversa rispetto a questa strategia di Trump? Cioè, Cuba potrebbe attuare un'opzione iraniana? Joana Salém - Cuba non ha alcuna risorsa per scegliere un'opzione iraniana. Cuba è più vicina alla realtà di Gaza che alla realtà dell'Iran. L'Iran è un paese con molte risorse, ha molte possibilità di ottenere denaro. L'Iran è una potenza petrolifera e Cuba è un paese che si trova in una crisi energetica di base molto pesante ed è bloccata in un assedio. Quindi non esiste una tale possibilità. Penso che i cubani stiano scommettendo molto su questa via di negoziati aperta perché è assolutamente importante. Qualsiasi modo che sfugga alla logica della diplomazia sarà molto svantaggioso per Cuba. E poi bisogna sapere se ci sarà o meno questa soluzione intermedia che identifichiamo come un “finto cambio di regime”. Trump finge di aver cambiato il regime e i cubani fingono di non aver fatto alcuna concessione, e la cosa è nel mezzo. Quindi del tipo che la leadership continua ad essere di una persona all'interno del partito, di una qualche forma di direzione, qualcosa di concordato, ma il tutto potrebbe essere stato innescato da un processo violento. Breno Altman - Ma non c'è un ostacolo a questa strategia? Perché il sistema costruito in Venezuela è un sistema che preserva un meccanismo di democrazia liberale, che sono le elezioni universali. Pertanto, ad un certo punto, gli Stati Uniti potrebbero premere senza grandi rotture affinché il governo guidato oggi da Delcy Rodriguez realizzi elezioni. Questo meccanismo non esiste a Cuba. Joana Salém - Sì, perché Cuba ha un partito unico. Ci sono elezioni periodiche, ma non è previsto un meccanismo di elezioni convenzionali senza che si debba rompere con il sistema. Bisognerebbe creare un percorso… non lo so. In questo senso, è possibile che il governo cubano debba elaborare una risposta diplomatica. Penso che il modo migliore per il governo cubano sia quello di creare proposte diplomatiche che comportino misure concrete in relazione alle elezioni, ma che non superino il limite della sovranità, che non superino il limite di una certa egemonia che il Partito Comunista esercita ancora sulla società e che è reale. Quale organo politico potrà prendere e gestire il potere se non è il partito? Non esiste. Non esiste a Cuba un'organizzazione politica sufficientemente capace, che abbia un minimo di legittimità sociale, che agisca all'interno di Cuba, che abbia la capacità di governare. Non esiste. Breno Altman - Pensi che sconfiggere la rivoluzione cubana sia una risorsa elettorale fondamentale negli Stati Uniti? Ossia, chi lo fa guadagna punti? Joana Salém – Sì. La domanda è: “come?” Perché se hai intenzione di sconfiggere la rivoluzione cubana in modo totalmente invasivo, sarà guerra, ci sarà l'autodifesa. Il popolo cubano non accetterà un'invasione e un innesto straniero. Questa sarà una scelta dannosa per Trump. Quindi penso che forse stiano calcolando questo scenario in cui Trump si muove con una violenta operazione di violazione della sovranità, ma a basso costo e con una soluzione di apparente cambio di regime. Ma questa non è una soluzione completa, perché l'unico modo per rovesciare il governo rivoluzionario a Cuba è con una sanguinosa invasione. Non c'è possibilità di rovesciare completamente il governo perché è l'unica forza politica organizzata che esiste nel paese. C'è da tener conto di un fattore interessante che è il titolo due della legge Helms-Burton del 1996, che annuncia la creazione di un programma di governo di transizione per Cuba, parla di una politica statunitense che agisce per un governo di transizione a Cuba che includa elezioni democratiche e libere. Questo dice il titolo due della Helms-Burton. E la legge descrive in dettaglio come dovrà avvenire questa transizione. Quindi gli Stati Uniti hanno già un piano, che comporterebbe l'apertura al multipartitismo, compresa la mercificazione elettorale e una capitalizzazione dei partiti nella logica capitalista liberale. Breno Altman - Pensi che la leadership cubana accetterà un accordo a queste condizioni? Joana Salém - No, penso che in questi termini la leadership cubana non lo accetterà. Non credo. Ecco perché penso che sia una situazione difficile da risolvere. C'è un punto di contatto? Penso che la soluzione degli Stati Uniti sarà quella di rovesciare Diaz-Canel. Penso che rovesceranno Díaz-Canel, ma poi quello che faranno dopo è un problema, proprio come è stato in Venezuela, non saranno in grado di imporre un estraneo senza resistenza. Breno Altman - Abbatteranno Diaz-Canel o uccideranno Raúl? Joana Salém - Oh, non lo so. Penso che sarebbe triste se si verificasse l’assassinio di Raúl Castro, ma penso che nella situazione attuale di Cuba uccidere Raúl non sia così determinante al momento, perché ovviamente Raúl ha un'importanza simbolica, dirige ancora le Forze Armate, ma è molto anziano, voglio dire, ha 95 anni. E uccidere un uomo di 95 anni... Breno Altman - Beh, hanno ucciso Khamenei che ne aveva 89... Joana Salém - Sì, è così. Ma non credo che succederà. Penso che indirizzeranno il bersaglio contro Díaz-Canel stesso, che è il centro del potere e non su Raúl Castro, che potrebbe già essere contabilizzata come una morte prossima. Breno Altman – Comunque tu pensi che sarebbe come in Venezuela, una soluzione provvisoria, non una soluzione definitiva, né per una parte né per l'altra. Joana Salém - Penso che questo sia ciò che dà una certa speranza, dopo tutto, perché sappiamo che se Trump perde le prossime elezioni, le elezioni di medio termine e poi le elezioni presidenziali, c'è una correlazione complessa di debolezza democratica negli Stati Uniti. Ma se Trump ha la possibilità di perdere le elezioni, è molto probabile che un prossimo presidente democratico non perseguirà esattamente la stessa politica con Cuba e potrà allentare almeno questa questione del blocco energetico. E per quanto riguarda il Venezuela, è difficile sapere cosa succederà, ma il fatto è che questa è la politica estera trumpista. Breno Altman - In Venezuela ad un certo punto, ancora una volta, il chavismo e la destra misureranno le forze nelle elezioni. Joana Salém - Sì, è quello che succederà. E con una grande possibilità che il chavismo possa essere sconfitto elettoralmente parlando, considerando tutte le polemiche delle ultime elezioni. Eventualmente, l'opposizione dirà che il chavismo sta mettendo a rischio il paese, perché il paese è vulnerabile a causa di questo regime. Ma penso che se Trump perde le elezioni, il governo del Venezuela, la forza politica chavista in Venezuela, la forza politica rivoluzionaria socialista cubana, così come la forza della rivoluzione iraniana, hanno tutte radici sociali molto consistenti, hanno una rappresentanza popolare e hanno anche una profusione di strutture politiche. Quindi è molto difficile sconfiggere quei regimi con questa penetrazione di massa. In questo senso, penso che le situazioni siano reversibili, in tutti e tre gli scenari. Breno Altman - Non credi all'ipotesi Gorbaciov? Sarebbe il caso della transizione di un settore della direzione del Partito Comunista Cubano che accetta la ristrutturazione. Joana Salém - Penso che tu potresti rispondere meglio a questa domanda, poiché conosci meglio di me i settori del Partito Comunista Cubano al suo interno. È difficile capire le linee interne del Partito Comunista Cubano, perché hanno le loro differenze interne, ma ovviamente non le esprimono all’esterno e non si mostrano. Quindi ci sono sfumature, ma quelle sfumature appaiono molto più dietro le quinte. E non so come identificare, ad esempio, quali gruppi politici ideologici agiscono con sfumature all'interno del Partito Comunista Cubano. Non so come risponderti se c'è un settore che può mettere in atto un’ipotesi del genere, di una sorta di “tradimento”, di ristrutturazione. Io credo di no, ma è solo un'ipotesi, non ci sono elementi e prove evidenti. Breno Altman - Ho parlato di Gorbaciov perché è stata una situazione totalmente sorprendente in quel momento, perché lui, con un settore della direzione del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, decise di smantellare lo Stato. E può essere un'alternativa... Joana Salém - Non credo che succederà a Cuba, perché questo dibattito sul sostegno allo Stato socialista è stato già svolto all’epoca delle riforme di Raúl e il settore che era più pro-mercato è stato ridotto, ha cominciato a perdere terreno anche durante il processo di riforma. Raúl parlava lentamente, senza pause, senza fretta e senza pause. Questa riforma è avvenuta senza fretta e senza pause. E quel tipo di conduzione e di guida alla fine penso che abbia avuto un certo ruolo nel creare coesione nel partito. Il settore pro-mercato era in parte critico perché il processo era troppo lento. Il settore pro-Stato criticava perché non c'erano pause. E alla fine i cubani, la leadership storica cubana, sono molto capaci di costruire consenso. E ho la sensazione che non esista un settore con una capacità di tradimento o di ristrutturazione in tal senso. Riflessioni a sinistra Breno Altman - La situazione cubana ha ripercussioni sulla scena mondiale, in particolare in America Latina? Può riflettersi anche sulla sinistra latinoamericana? Joana Salém - Penso che si rifletta in maniera significativa, perché la frustrazione che Cuba sta vivendo oggi nei confronti dell’approvvigionamento del petrolio mostra la disorganizzazione della sinistra latinoamericana in termini di governo. E i paesi che sono governati dalla sinistra in America Latina non stanno costruendo una grande coalizione governativa per aiutare Cuba. I movimenti sociali sì, stanno mobilitando azioni di solidarietà. L’MST ha una campagna permanente di solidarietà con Cuba ed è il movimento sociale brasiliano più organicamente solidale che partecipa alla rivoluzione cubana, insieme ai comitati di solidarietà per Cuba che esistono in tutto il paese. C'è un movimento istituzionalizzato di solidarietà con Cuba in Brasile. I movimenti sociali mobilitano la solidarietà, il movimento studentesco riceve e consegna donazioni, ma il problema è l'aiuto del governo, che potrebbe effettivamente portare a un cambiamento nei rapporti di forza e controbilanciare l'unilateralismo degli Stati Uniti. Breno Altman - Fino a che punto si spingeranno Russia e Cina nella solidarietà con Cuba? Joana Salém - Penso che da parte di questi due attori internazionali ci sia una solidarietà importante, ma insufficiente. Ho l'impressione che ci sia un certo tacito accordo territoriale degli Stati Uniti con la Russia: mentre Trump rallenta il sostegno all'Ucraina nella guerra e si mostra come un alleato relativo di Putin in questo frangente, penso che Putin non rischierà di compiere una azzardata mossa strategica per cambiare la situazione cubana. L'invio di una nave con il petrolio è importante, è simbolicamente importante, dimostra che la Russia sta guardando alla situazione ed è materialmente alleata e solidale con la rivoluzione cubana. Ma non è sufficiente. Era solo necessario. Breno Altman - Pensi che Cuba non otterrà uno scudo militare dalla Russia o dalla Cina come è stato con l'Unione Sovietica? Joana Salém - No, non credo. Non c’è stato neanche per il Venezuela. Ci sono stati persino sostetti di cospirazioni in questo senso in relazione all'attacco del 3 gennaio contro Maduro. E poi si è saputo che si era trattato di un attacco supersonico, che ha annullato la capacità della rete di difesa in termini elettrici ed elettronici. Ma c'è stato un momento in cui c'è stata una cospirazione del tipo: "Perché le tecnologie di difesa aerea russe non sono state attivate? La Russia era coinvolta e consenziente?" Penso che fossero supposizioni, ma quello che è successo in Venezuela dimostra che la Russia non sarà uno scudo militare per Cuba, perché non lo è stato nemmeno per il Venezuela. E la Cina molto meno, perché la Cina non si è mai posizionata come uno scudo militare per nessuno, se non per se stessa. La Cina svolge un ruolo di imperialismo pacifista, un paradosso! Sono imperialisti in economia, ma senza un militarismo esplicito. Vogliono alleanze con l'America Latina, appropriazione di risorse, ma senza una solidarietà, eventualmente una cooperazione economica, ma che non avanzerà in senso militare per difendere un pezzo di mondo che sta dall'altra parte. In definitiva, la Russia non svolgerà il ruolo che l'Unione Sovietica ha svolto in passato, come nel caso della crisi dei missili. In effetti, la crisi missilistica del 1962 ha già dimostrato che nemmeno a quel tempo la sovranità di Cuba era così importante per l'Unione Sovietica, perché l'accordo di ritiro dei missili era stato siglato direttamente tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica e non era una soluzione adeguata per i cubani. I cubani finirono per non gradire lo smantellamento dei missili. D'altra parte, il massimo che la Cina ha fatto in termini di solidarietà sono stati forti investimenti nel fotovoltaico, di fatto la Cina ha inviato più pannelli solari a Cuba. Apparentemente non sta aiutando su un fronte di solidarietà al di là di questa questione energetica. Breno Altman - Quello che succede a Cuba ha un impatto sulla sinistra globale? Joana Salém - Totale, assoluto. Cuba è il riferimento ultimo nella storia della sinistra latinoamericana e un'eventuale sconfitta della rivoluzione cubana o anche una sconfitta parziale, una soluzione intermedia, qualunque cosa accada, genera una certa impotenza, una certa orfanità della sinistra latinoamericana, perché Cuba è stata un faro per la sinistra latinoamericana per lungo tempo. E nel contesto della crisi ha continuato a essere un centro di solidarietà, resistenza e capacità di attuare soluzioni sociali con risorse limitate. Cuba è un riferimento: è capace di essere un paese povero e allo stesso tempo un paese egualitario, che risolve i problemi sociali fondamentali di salute, istruzione e povertà che i capitalisti non possono risolvere ed è ancora un pilastro della sinistra latinoamericana. E la sconfitta di questo faro, di questa esperienza storica sarebbe molto deprimente nelle prospettive di resistenza. Breno Altman - Ma noi non siamo nel mezzo della crisi dell'imperialismo? Joana Salém - Sì, ma è una crisi senza alternativa, senza orizzonte alternativo. È da qui che vengono i sintomi morbosi, come dicevano Lenin e Gramsci. Cioè, il capitalismo è nel mezzo di un processo di crisi sistemica, ma non esiste un'alternativa definita. E in questo processo emergono le eruzioni fasciste. Era così nel ventesimo secolo e lo è ora. Quello che ho l'impressione è che sorgano alternative più localistiche. La sinistra si è spostata in parte dall'alternativa sistemica del socialismo alle alternative localiste di comunità, alla sinistra delle comuni, alla sinistra ecologica. Ci sono nuove formazioni, emergono rinnovi programmatici della sinistra. Il problema, secondo me, è che è bene che la sinistra coltivi valori comunitari, è bene che elabori un programma economico che contempli strutturalmente i problemi ecologici, che pensi alle tecnologie sociali ed ecologiche, per risolvere i problemi delle persone. È bene che costruisca soluzioni locali, ma questa sinistra rinnovata non ha ancora sviluppato una proposta sistemica di alternativa. Penso che questo sia il principale punto debole.
NOTA AGGIUNTIVA Il giorno seguente alla intervista della storica ed economista Joana Salém (1 aprile 2026) è stata pubblicata su YouTube un'interessante intervista a Frei Betto, frate domenicano brasiliano, giornalista e scrittore, seguace della Teologia della Liberazione e attivista nei movimenti pastorali e sociali. Fu imprigionato due volte durante la dittatura militare in Brasile e restò in prigione dal 1969 al 1974. Ancora durante la dittatura viaggiò varie volte a Cuba, concordando con Fidel Castro un programma di diffusione della teologia cristiana libertaria nell'isola. Torna a Cuba per lavoro 4 o 5 volte all'anno da 45 anni. Nel 2003, fu coordinatore del programma Fame Zero, come consigliere speciale del presidente Lula nel suo primo mandato. In generale, Frei Betto conferma tutte le analisi esposte della lunga intervista con la storica ed economista Joana Salém. È interessante risaltare che - al contrario della Salém - la profezia che Frei Betto fa sull'eventuale soluzione militare nei confronti di Cuba è esattamente opposta. La sua previsione è che non ci sarà un attacco militare degli Stati Uniti a Cuba. Per quelli che lui elenca come due motivi fondamentali. In primo luogo, perché il pantano in cui Trump si è cacciato in Iran costringe gli strateghi americani a ripensare a come trattare con i paesi che l’impero vuole tentare di sottomettere. E in secondo luogo, perché, a causa della vicinanza geografica - Miami è a soli 150 km da Cuba, gli Stati Uniti, devono riflettere sulla possibilità che Cuba abbia ancora qualche missile da parte. Un missile lanciato dall’isola raggiungerebbe facilmente e immeditamente la Florida, forse simbolicamente potrebbe raggiungere addirittura la residenza di Trump a Mar-a-Lago e questo sarebbe un danno di immagine terribile per gli Stati Uniti, che avrebbe di nuovo il suo territorio segnato dall'azione nemica come nel caso delle Torri Gemelle. Per questi motivi, Frei Betto ritiene che la strategia degli Stati Uniti continuerà ad essere quella dell'asfissia energetica. Anche perché i cubani che sono controrivoluzionari vivono negli Stati Uniti, specialmente in Florida e molti di loro sono terroristi, che hanno già fatto diversi attacchi contro Cuba fino all'abbattimento di aerei e non desiderano che i loro parenti che sono ancora a Cuba vengano colpiti, né che le loro proprietà future sull’isola che sperano di riconquistare vengano distrutte. Quindi, la previsione di Frei Betto è che la strategia americana continuerà ad essere quella dell'asfissia energetica, cioè della recrudescenza del blocco, con forti sanzioni ai paesi che tenteranno di essere solidali con Cuba, ad eccezione di Cina e Russia, perché questi due, Trump non ha il coraggio di molestare. Un altro dettaglio interessante, non emerso nella intervista con l’economista Joana Salém, si riferisce alla questione della dipendenza di Cuba rispetto alla sua sicurezza alimentare. Frei Betto chiarisce cosa è successo negli ultimi decenni nel settore dell'agricoltura cubana e nella produzione di alimenti. Nonostante Cuba sia l'unico paese agricolo di tutti i Caraibi, poiché ha una notevole quantità di terra coltivabile, il problema è che la rivoluzione ha fornito ampiamente ai figli dei contadini l'accesso all'università. E il figlio del contadino che ha studiato non torna necessariamente in campagna. Si laurea come medico, come dentista, come avvocato, come insegnante e rimane in città, non torna in campagna. Questo non sarebbe un problema se Cuba avesse sviluppato una moderna tecnologia rurale, ma ha ancora delle apparecchiature agricole molto precarie. Il problema è che attualmente Cuba importa praticamente l'80% del cibo che consuma. Questo è troppo. Quindi, il lavoro che Frei Betto sta svolgendo con la FAO e il governo è un'educazione nutrizionale che sta progressivamente sostituendo questa importazione di cibo e sta anche incoraggiando la produzione di alimenti localmente. Si sta creando una nuova cultura agricola. Il processo è incoraggiante anche perché Cuba ha il vantaggio di avere tre modelli di proprietà rurale: il modello statale, che fortunatamente non è predominante, il modello cooperativo e il modello della piccola agricoltura a conduzione familiare, con molto incoraggiamento da parte dello Stato, anche se con il problema della mancanza di manodopera e di tecnologia sufficienti. Ma ora la situazione può migliorare a partire dei programmi messi in atto dalla FAO in collaborazione con l'Unione Europea e attraverso programmi di aiuto della Cina, che sta fornendo nuovi modelli di tecnologia rurale appropriata, come la perforazione del suolo attraverso la cattura dell'energia solare e l'irrigazione adeguata. Quindi, secondo Frei Betto, le cose stanno migliorando, ma in maniera lenta a causa delle problematiche che il paese è costretto ad affrontare. Frei Betto ribadisce che a Cuba non c'è fame. Tanto che anche quest'anno il paese non è entrato nella mappa della fame delle Nazioni Unite (da cui il Brasile invece è appena uscito per la seconda volta grazie al governo Lula). Ma il cubano ha molto appetito, nel senso che il cubano non trova a tavola davvero quello che vorrebbe, perché a volte passano tre o quattro settimane in cui non si trovano i fagioli e improvvisamente arriva un carico. Poi ci sono i fagioli, ma non c'è il riso o manca il latte in polvere. Quindi tutto dipende dalle spedizioni sempre più scarse a causa dell'assedio marittimo che il paese subisce, ma che viene inviato da diversi paesi, tra cui il Brasile, che attualmente fornisce a Cuba una notevole quantità di cibo. Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=LSDWtLzJ5-Q
Traduzione e riedizione di Alessandro Vigilante
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cura di Nicoletta Manuzzato |